Robert Capa Retrospective

Endre Ernő Friedmann nasce a Budapest nel 1913 abbandona in giovane età la terra natale a causa del proprio coinvolgimento nelle proteste contro il governo di estrema destra; milita nel Partito Comunista locale. L’iniziale ambizione di diventare scrittore si affievolisce quando a Berlino, collabora con l’agenzia fotogiornalista Dephot, sotto la supervisione di Simon Guttmann.
Di origini ebraiche è costretto a lasciare la Germania agli inizi degli anni ’30 per sfuggire al nazismo. Si rifugia in Francia dove fatica a trovare lavoro come fotografo.
Dal 1936 al 1939 va in Spagna a documentare la guerra civile spagnola dove conosce Gerda Taro, l’amore della vita. Con la giovane compagna crea il personaggio “Robert Capa”, fotografo americano giunto a Parigi per documentare la guerra. Lo pseudonimo di Capa usato indistintamente dalla coppia favorisce le pubblicazioni, le commesse fino ad essere dichiarato nel 1939 “Il più grande fotografo di guerra al mondo” dalla rivista inglese Picture Post.

Dal 16 settembre 2017 al 22 gennaio 2018 al Museo Civico di Bassano del Grappa è ospitata la mostra “Rober Capa Retrospective” che raccoglie 97 immagini catturato durante i maggiori conflitti del XX secolo: Copenhagen 1932, Francia 1936-1939, Spagna 1936-1939, Cina 1938, Seconda guerra mondiale 1939-1945, Francia 1944, Germania 1945, Europa orientale 1947, Israele 1948-1950, fino ad arrivare in Indocina 1954 dove  il fotografo incontrò la morte in un campo minato.

L’umanità dello sguardo di Robert Capa va in contrasto con la durezza delle sue fotografie. «La tendenza della guerra – osserva Richard Whelan, biografo e studioso di Capa – è quella di disumanizzare, la strategia di Capa fu quella di ri-personalizzare la guerra registrando singoli gesti ed espressioni del viso. Come scrisse il suo amico John Steinbeck, Capa “sapeva di non poter fotografare la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino, mostrando l’orrore di un intero popolo attraverso un bambino». è infatti lo sguardo dei rifugiati, dei bambini-soldato e delle madri in fuga a colpire maggiormente nella loro innocenza e desiderio di vivere, Capa è in grado di trasformare un gesto semplice come il saluto di un soldato all’amante in un icona tristemente moderna.

La guerra è sempre uguale

 

Grazie al momento storico che viviamo, con la crisi dei rifugiati, la guerra in Siria e i campi profughi che si moltiplicano è agghiacciante notare la somiglianza tra la foto di una bambina al campo di smistamento per immigrati di Sha’ar Ha’aliya in Israele e le immagini che ogni giorno vediamo dei rifugiati in Grecia o al confine Turco-Siriano. La guerra cambia, si modernizza, diventa più veloce, strategica, crudele ma le vittime civili rimangono sempre uguali, con i loro vestiti logori e gli sguardi spenti ad aspettare una soluzione che nessuno più cerca. Se Robert Capa fosse oggi ancora vivo probabilmente avrebbe appena assistito alla liberazione di Raqqa dall’assedio dello Stato Islamico, ci avrebbe regalato foto meravigliose di incredibile umanità. Scatti tuttavia identici a quelli della guerra civile spagnola, della Liberazione di Parigi il 25 Agosto del ’44, dello Sbarco in Normandia, dell’Italia del dopoguerra.

Allora forse potremmo smettere di inserire le didascalie delle foto, citando luoghi, persone, periodi dell’anno, date precise. Forse sarebbe più semplice scrivere: Foto di un’altra guerra

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